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Museo Nazionale Archeologico Jatta

 

Storia e collezione

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Al Museo Jatta si accede dal n°35 di Piazza Bovio, corrispondente all'ingresso principale dell'omonimo palazzo, di cui occupa quattro stanze a piano terra prospicienti il giardino, in fondo a sinistra rispetto al cortile centrale.

L'edificio, la cui progettazione non si sa se attribuirla all'ing. Mastropasqua di Giovinazzo o all'architetto Castellucci di Bitonto, fu costruito a partire dal 1842 per iniziativa di Giulia Viesti, vedova di Giulio Jatta, e dopo la morte di lei, nel 1848, fu completato sotto la supervisione del figlio Giovanni Jatta junior.

La costruzione del palazzo e quindi la realizzazione di un Museo al suo interno, erano finalizzate ad accogliere i due nuclei della collezione, sino allora divisi fra l'antica dimora della famiglia, e in particolare di Giulio Jatta, e la residenza napoletana di suo fratello Giovanni Jatta senior.

A Giulio e a suo fratello Giovanni senior si deve il merito di aver salvato dalla dispersione, fra il 1820 e il 1835, gran parte del ricco patrimonio di oggetti antichi che si andavano scoprendo a Ruvo attraverso un fervore di scavi disordinati e non sempre legali, mentre a Giovanni junior (figlio di Giulio) si deve la sistemazione della raccolta, con il suo primo e ancora utile Catalogo, edito a Napoli nel 1869.

Anche dopo la morte di Giovanni junior la raccolta continuò ad accrescersi, soprattutto grazie all'attività dei suoi figli Antonio e Michele.

La prima ipotesi di vendita della collezione risale addirittura a Giovanni senior, il quale, poco prima di morire, aveva preordinato le condizioni del suo acquisto integrale per il Real Museo Borbonico di Napoli; evento che Giulia Viesti riuscì fortunosamente (e fortunatamente per Ruvo) ad evitare nello stesso anno della sua morte.

I tentativi di acquisizione pubblica si sono poi succeduti a partire dal 1914 fino al 1991, quando la collezione è stata acquistata dal Ministero per i Beni Culturali, dietro corrispettivo di nove miliardi, inteso dalla famiglia quale parziale rimborso delle spese sostenute in oltre un secolo per il mantenimento del Museo.

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I reperti esposti sono tutti vasi e oggetti in terracotta, fatta eccezione per gli oggetti metallici collocati in una delle vetrine della quarta stanza.

All'atto della riapertura al pubblico, si è volutamente rispettata l'impostazione del Museo secondo i criteri culturali ottocenteschi: l'oggetto era tanto più degno di essere conservato ed esibito quanto più era decorato o quanto più insolita ne era la forma o la tecnica di esecuzione.

 

Stanza I

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La Stanza I è dedicata a quelle che G. Jatta nel suo Catalogo definisce Terrecotte. All'interno degli scaffali, oltre alle terrecotte figurate, sono esposti dei vasi a decorazione geometrica, provenienti dalle diverse aree della Puglia e alcuni crateri arcaici (alcuni decorati secondo prototipi corinzi); si possono ammirare numerosi esempi della ceramica geometrica peuceta e della ceramica canosina listata. Nel vano della finestra c'è un sarcofago in tufo contenente oggetti facenti parte di un corredo risalente all'età ellenistica. Al centro della stanza è collocato un enorme dolio, circondato da tre grandi vasi di età ellenistica.

 

Stanza II

 

 

Con la Stanza II inizia l'esposizione della celebre ceramica decorata a figure rosse di officine apule e talora lucane e attiche. Tali vasi presentano non solo scene mitologiche, ma anche scene di vita quotidiana (il commiato del guerriero, scene di toeletta femminile, atleti che si detergono dopo aver partecipato a gare podistiche).

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Al centro della stanza primeggia un cratere di enormi dimensioni attribuito al Pittore di Baltimora e risalente al IV sec. a.C. Tale cratere presenta la raffigurazione di una scena mitologica che ha come protagonisti il dio Apollo e sua sorella Artemide, colti nell'atto di uccidere i numerosi figli di Niobe, dal momento che quest'ultima aveva osato vantarsi della sua progenie così numerosa rispetto agli unici due figli di Latona (madre di Apollo e Artemide).

Tra i vasi più rappresentativi della seconda stanza è bene ricordare anche le due anfore che fiancheggiano il cratere del Pittore di Baltimora. Tali anfore risalgono al IV sec. a.C. La prima anfora (è quella che si vede appena si entra nella stanza) raffigura Antigone, condotta prigioniera da Creonte, mentre Eracle, che aveva inutilmente interceduto per lei, è raffigurato all'interno di un tempietto; nella parte inferiore della stessa anfora vediamo nuovamente Eracle in lotta contro la regina delle Amazzoni Ippolita. L'altra anfora raffigura, nella parte superiore, una scena di offerta funeraria, mentre in basso troviamo un fregio continuo con le Nereidi (le ninfe del mare) che recano le armi ad Achille. Nei vari scaffali trovano posto non solo alcuni crateri a campana di produzione lucana, ma anche unguentari (lékythos), balsamari, piccole anfore, piatti con raffigurazioni di pesci e molluschi e altri oggetti utilizzati dagli antichi nella vita quotidiana.

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Stanza III

 

Numerosi sono i capolavori della ceramica, sia attica che italiota (fabbriche lucane e apule), posti sulle colonne della Stanza III. Tra i vasi di straordinaria suggestione presenti in questa stanza, ricordiamo il grande cratere a volute, attribuito al Pittore di Licurgo e datato alla metà del IV secolo a.C.: in esso la scena principale raffigura il giardino di Era, con al centro il melo dai frutti d'oro che la dea aveva affidato in custodia alle Esperidi, figlie di Atlante e al drago Ladone, che qui si avvolge intorno all'albero. Un altro cratere di elevata fattura è quello che si trova sulla prima colonna a sinistra, appena entrati nella stanza. Si tratta del cratere a volute apulo, attribuito al Pittore della Nascita di Dioniso (inizi del IV secolo a.C.), sul quale è rievocato lo scontro fra Eracle e Cicno assistito dal padre Ares, identificabile nel personaggio in piedi sulla quadriga.

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La terza stanza è particolarmente importante perché qui sono esposti numerosi rhytà (bicchieri con protomi zoomorfe, usati nelle grandi cerimonie), kylix (coppa da vino), kàntharos (bicchieri a calice) e skyphos (tipo di bicchiere destinato alle tavole più modeste).

Nel vano a sinistra della terza stanza vi è il busto marmoreo di Giovanni Jatta junior, mentre quello di Giovanni senior, l'iniziatore della raccolta, è conservato nella quarta e ultima stanza, destinata ad accogliere i vasi ritenuti più preziosi dal nipote Giovanni.

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Stanza IV

 

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La Stanza IV accoglie il vaso più importante della collezione Jatta. Si tratta del cratere attico a figure rosse che il Pittore di Talos (prende il nome proprio dalla scena raffigurata) dipinse intorno al V secolo a.C. Si tratta di uno dei maggiori capolavori della ceramica greca a noi pervenuta. Il cratere in questione, riporta la rappresentazione di uno degli episodi della spedizione condotta dagli Argonauti al seguito di Giasone, per la conquista del famoso vello d'oro dell'ariete di Frisso. Gli eroi, tra cui si riconoscono i Dioscuri, Castore e Polluce, sbarcano a Creta custodita dal gigante bronzeo Talos, il quale, in seguito ai sortilegi di Medea (compagna di Giasone) viene sconfitto e ucciso.

Oltre al vaso del Pittore di Talos, importanti sono anche i vasi attici di età classica come la lekythos del Pittore di Meidias (ultimi decenni del V secolo a.C.) e la kylix con all'interno la figura di un Sileno su fondo bianco, entrambe conservati nel primo scaffale. Vasi attici a figure nere e vasi corinzi sono conservati invece nel secondo scaffale.

La quarta stanza è poi arricchita da una vetrinetta contenente oggetti metallici, la cui collocazione cronologica va dall'Età neolitica ai primi secoli dell'epoca romana.

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